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Lavoratrici autonome dell'ospitalità in famiglia: motivazioni e percorsi delle proprietarie di bed & breakfast

di Silvia Lisanti
Università degli Studi di Milano-Bicocca
Facoltà di Sociologia
Corso di laurea in Scienze del turismo e comunità locale
Anno Accademico:
2012/2013
Relatore: Prof.ssa Ivana Fellini
Tesi di Laurea di: Silvia Lisanti
Matr. 740216

1.1 - La questione del lavoro autonomo femminile

La notevole diffusione del lavoro indipendente è un tratto distintivo dello sviluppo economico e della cultura nazionale dell'Italia, che si connota come il paese europeo a più alta vocazione imprenditoriale.
Nonostante ciò, i contributi della letteratura italiana sul lavoro autonomo sono relativamente scarsi; in questo senso la letteratura anglosassone è più ricca, infatti esistono innumerevoli studi e ricerche sull'imprenditoria, sull'attitudine dei lavoratori nei confronti dell'imprenditoria e soprattutto sui fattori che determinano la nascita e la diffusione di forme di lavoro autonomo. È possibile ipotizzare che, paradossalmente, le forme di occupazione basate sull'autoimpiego abbiano suscitato un interesse maggiore in quelle realtà dove esse sono meno diffuse.
Ad ogni modo, poiché la forte vocazione imprenditoriale è un elemento che contraddistingue il mercato del lavoro italiano dai mercati del lavoro di altri paesi europei, che non hanno una tradizione di lavoro autonomo altrettanto consolidata, il discorso sulla diffusione del lavoro indipendente in Italia merita un approfondimento a parte.
Sulle cause di tale diffusione si è acceso un dibattito tra economisti e sociologi del lavoro. I primi sostengono che la propagazione di forme di lavoro autonomo sia determinata dalla rigidità della legislazione relativa alla sicurezza dell'occupazione dipendente e da indennità di disoccupazione poco generose; i secondi invece la interpretano come una risposta ai cambiamenti che sono subentrati nel sistema economico e produttivo negli anni '80 (innovazione tecnologica e sviluppo del settore terziario), e che hanno segnato il superamento del modello fordista, aprendo una serie di nuove opportunità per l'agire dei singoli lavoratori.
Secondo gli economisti del lavoro, le restrittive norme sui licenziamenti e sui contributi previdenziali, spingerebbero la domanda verso modalità di impiego della forza lavoro meno costose e più flessibili (ad esempio tramite il ricorso al subappalto alle piccole imprese, ai lavoratori in proprio o alle micro-imprese famigliari), incoraggiando processi di esternalizzazione e destrutturazione a favore dello sviluppo e della diffusione del lavoro autonomo. Dal lato dell'offerta invece, la scarsa tutela da parte dello stato nei confronti di chi ha perso un lavoro porterebbe le persone in cerca di occupazione a rifugiarsi nell'autoimpiego, per garantirsi una fonte di reddito in assenza di altre alternative.
Sulla base di queste teorie, il profilo dei lavoratori autonomi dovrebbe corrispondere a quello di persone giovani che non hanno accesso al sistema delle garanzie dell'occupazione dipendente (dove i lavoratori sono più che altro adulti) o a quello di persone che ne sono state escluse e che cercano un'occupazione. Entrambe le ipotesi vengono però confutate dall'analisi dei comportamenti individuali dei lavoratori, dalle quali emerge che le persone che avviano un'attività indipendente sono maschi adulti, con una solida esperienza nel mercato del lavoro dipendente, adeguate risorse sociali e conoscenze specifiche consolidate; per questi lavoratori l'autoimpiego non rappresenta un rifugio dalla disoccupazione o dall'esclusione dal mercato dipendente, ma è semmai una forma di mobilità occupazionale ascendente, vale a dire una possibilità di valorizzare capacità professionali acquisite nel corso di anni di esperienza come lavoratori dipendenti, che però nel mercato del lavoro dipendente non verrebbero riconosciute e non porterebbero ad un avanzamento di carriera.
La prospettiva sociologica spiega la diffusione degli autonomi in riferimento ai processi di ristrutturazione del sistema produttivo che si sono verificati a partire dagli anni '80, quando la nascita di nuove attività di servizi alle imprese, l'introduzione di norme fiscali e previdenziali che favorivano il lavoro in proprio e la compressione delle differenze salariali nel lavoro dipendente avevano dato un impulso forte all'autoimprenditorialità di quei lavoratori che erano già dotati di risorse economiche, culturali e sociali.
La questione del lavoro autonomo femminile è altrettanto importante in Italia, anche per il suo specifico andamento contradditorio. Si nota che l'inversione dell'andamento dell'occupazione indipendente, che aveva toccato i minimi storici negli anni '70 e poi ha ricominciato a crescere negli anni '80, non ha interessato le donne nella stessa misura in cui ha interessato gli uomini, anzi, la crescita dell'occupazione femminile durante gli anni '70 ha coinvolto soprattutto il lavoro dipendente, mentre la sua componente autonoma è andata diminuendo costantemente dagli anni '90 al primo decennio del secolo XI.
È pur vero che la riduzione della componente autonoma dell'occupazione femminile è stata accompagnata da una radicale trasformazione strutturale, infatti sono diminuite drasticamente le coadiuvanti famigliari e sono aumentate considerevolmente le libere professioniste. Le donne rimangono comunque sotto- rappresentate nel mercato del lavoro indipendente, evidenza che diversi autori hanno provato a spiegare attraverso la teoria del "soffitto di cristallo", ovvero sostenendo che la motivazione alla base della sotto-rappresentazione femminile nell'occupazione indipendente sia la discriminazione di genere, che le donne subiscono in misura maggiore rispetto agli uomini. L'ipotesi di partenza è che per le donne, soggetti discriminati sul mercato del lavoro dipendente, il costo- opportunità del lavoro indipendente sia più basso rispetto a quello degli uomini; consce di questa circostanza, le banche del credito impongono tassi di interesse più alti alle donne che vogliono mettersi in proprio, per le quali il rendimento atteso dal lavoro indipendente cala, così come gli incentivi ad avviare l'attività. Ad ogni modo esistono anche sostenitori della tesi opposta, i quali ritengono che sia proprio l'impossibilità di ascesa professionale nel mercato del lavoro dipendente a determinare la scelta femminile di mettersi in proprio.