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Guido Rossa fotografo

Guido Rossa fotografo

C’è una piccola storia parallela che accompagna la storia più nota di Guido Rossa, la storia spesso ridotta alla tragedia – personale e collettiva – della sua morte.

C’è quasi una vita parallela in cui la dimensione sociale e politica, per quanto coinvolgente, si rivela inadeguata a colmare una personalità inquieta, sensibile all’arte e alla poesia.

Se il Guido Rossa consegnato alla storia risponde a un’immagine coerente con il decennio in cui ha trovato la morte, quegli anni Settanta carichi di entusiasmi e di conflitti, di impegno e di violenze, la mostra intende dar conto di altri aspetti della sua personalità. Rossa entra in fabbrica a quindici anni nel 1949 e, prima ancora di averne venti, sfida la gravità diventando una leggenda della montagna piemontese e praticando, da professionista, anche il paracadutismo.

A Genova, l’ambiente stesso dell’Italsider di Cornigliano, in cui Eugenio Carmi è responsabile della direzione artistica e della comunicazione, rappresenta per lui non solo un contesto di lavoro, ma un’occasione per sperimentare la sua energia creativa: trova così nella fotografia un’occupazione mentale e manuale.

La fotografia diventa presto uno spazio di libertà, un impegno silenzioso e intimo. Nel 1963 è in Nepal per misurarsi con i settemila metri del Langtang Lirung himalayano: la catena di montagne più alte del mondo acquista ai suoi occhi una dimensione spirituale che costringe a riflettere, anche attraverso l’obiettivo fotografico.

Rossa viene colpito dalla realtà sociale indiana e nepalese, che documenta in molti scatti: incantatori di serpenti e mendicanti, l’ingiustizia delle caste, i bambini tibetani con la loro tenace volontà di studiare.

Non ci sono ancora il sindacalista e il politico, ma il clima nuovo che si respira in quegli anni stimola la voglia di fare, e di fare qualcosa di buono.

Del resto, non c’è contraddizione tra i modelli di molti giovani di quella generazione in bilico tra papa Giovanni e John Kennedy, e sospesa, a Genova, tra la ribellione alla Curia della “comunità di base” di Oregina e le storie aspre di Fabrizio de André. La montagna e la fotografia, sia pur estranee al rumore assordante della storia, possono valere da completamento della vita: dischiudono la strada verso una dimensione del sé più compiuta, che si può trovare ad altezze vertiginose, o “anche in una piccola cosa”.

Inserito da: Redazione di bed-and-breakfast.it | Segnala un evento